
Suor Giuseppina (al secolo Rosina) De Muro
Figlia della Carità,
nacque a Lanuesi, in Sardegna,
il 2 novembre 1903.
Dal 1942 fu Suor Servente delle Figlie della Carità in servizio alle
Carceri "Le Nuove" di Torino.

Suor Giuseppina, che sin dal 31 dicembre 1925 conosceva il tetro mondo del carcere
giudiziario di Torino, riuscì, tra l’altro, in un’operazione
sociale tanto difficile quanto civile e giusta: ottenne il 25 aprile 1945, la
liberazione dei detenuti politici.
Il 25 aprile 1945 si festeggiò la Liberazione dell'Italia: suor Giuseppina
stessa girò, festante, sui camioncini per le vie della città.
Il carcere di Torino era sovraffollato e in rivolta perché i detenuti
volevano uscire ad ogni costo e le guardie carcerarie, insufficienti come
organico, non sapevano come controllare l'ordine interno. Il pericolo dell'evasione
in massa era imminente.
Suor Giuseppina, donna responsabile e suora solidale con i prigionieri puniti
ingiustamente, interpretò la situazione del momento recandosi di
persona dal prefetto Zerbino. Sfidando la morte a causa dei cecchini che sparavano
ai passanti dai tetti delle case semidistrutte dai bombardamenti, ottenne l'autorizzazione
per scarcerare oltre 500 detenuti politici. Tutto avvenne senza spargimento
di sangue, grazie anche all'intervento di padre Ruggero, cappellano francescano
del carcere, giovane ma deciso nel dare suggerimenti.
Suor Giuseppina, precedentemente, riuscì anche nella
revoca dell'esecuzione capitale di un padre di famiglia condannato a morte per
motivi politici, e nella sottrazione alle famigerate SS di un bambino di appena
nove mesi, nascosto in un fagotto di lenzuola sporche e portato via dal carcere,
e, ancora, nel ricovero, immotivato, di due coniugi ebrei in fuga dalle persecuzioni
razziali. Quest'ultimo gesto viene ancora oggi ricordato dai due figli degli
interessati.
Ella non solo si occupò degli ebrei in carcere, ma sostenne tutta la
Comunità Ebraica torinese.
Una giovane ebrea si salvo perché, per interessamento
di suor Giuseppina, venne trattenuta in carcere anziché essere deportata
in un lager tedesco e ciò grazie all'applicazione alla lettera del Regolamento
penitenziario del 1931 che prescriveva il trasferimento di un detenuto solo
laddove si conoscesse prima e con esattezza il luogo di destinazione.
La Superiora, inoltre, usava inserire uova sode sbriciolate
nelle scatole di medicinali per portarle ai detenuti politici del primo braccio
tedesco o trasmettere di nascosto notizie dei familiari ai prigionieri o, ancora,
consolare le madri che, arrivate per un colloquio con i loro figli, scoprivano
che gli stessi erano stati fucilati al Martinetto. Sapeva, poi, consigliare
sul modo migliore di adattarsi alla vita penitenziaria ed al regime intramurario
imposto dalle SS. Ricorreva a sotterfugi - come lo scambio di lastre e di altri
referti medici, grazie alla complicità del dottore in carica -, per trasferire
in infermeria detenuti politici al fine di offrire loro un trattamento meno
disumano.
Nel Natale del 1944, fu lei a chiedere al maresciallo Siegl,
comandante dei reclusi sotto le SS, di far celebrare la Santa Messa al cappellano
del carcere, p. Ruggero, cui era negato l'accesso al primo braccio.
Suor Giuseppina, al momento della scarcerazione delle milizie
tedesche che comandavano il famigerato primo braccio, si ricordò della
loro disponibilità espressa durante gli anni 1943-1945 e diede loro abiti
civili per potersi salvare da eventuali vendette sommarie.
Suor Giuseppina abbracciò le partigiane e le deportate
rimaste in vita, rilasciando la dichiarazione del loro periodo di detenzione
nell'immediato dopoguerra.
Suor Giuseppina, insieme a p. Ruggero testimoniò al
processo del Direttore Disciplinare del Carcere nel biennio 43/45, il maggiore
Gino Cera, deponendo spontaneamente a favore di lui, a differenza di tutti quelli
che lo accusarono e lo fecero condannare dal Tribunale Ordinario alla pena capitale,
eseguita il 26 marzo 1946.
Gli atteggiamenti maturati durante la guerra, in particolare quella di Liberazione,
trovarono ampio sviluppo successivamente e si tradussero in azioni a favore
delle detenute creando un nuovo clima all'interno del carcere.

Suor Giuseppina, sin dal 1926, si dedicò allo studio, imparando a suonare
l'armonium, a fare della musica uno strumento di gioia, di liberazione dal male
e di crescita interiore per le sue carcerate.
Fino al 1965, anno della sua morte, l'attenzione agli altri fu sempre focalizzata
e curata.
Vennero realizzati, infatti, l'Asilo Nido per i bambini da zero a tre anni,
allevati con le loro madri che espiavano la pena; la scuola per imparare a leggere,
scrivere e fare conti; i corsi di rattoppo, di stireria, di maglieria, per detenuti
che non avevano avuto la possibilità di imparare a suo tempo niente di
tutto questo.
Venne aperta la "Casa del cuore" per le detenute senza dimora, con
difficoltà economiche, e magari con figli minorenni.
I pensieri e i gesti di umanità di questa donna hanno
lasciato la sua impronta nel carcere "Le Nuove" di Torino. Anche grazie a lei si arrivò al rinnovamento delle celle, per renderle più rispettose della dignità di coloro che vi venivano rinchiusi.
Vecchia cella nelle carceri
Nuova cella nelle carceri
Colpita ripetutamente da ictus dovette lasciare le Carceri
per essere accudita personalmente. Venne trasportata a Pallanza, sul Lago Maggiore,
ma, aggravandosi la sua condizione, ella stessa chiese di essere riportata alle
Nuove, dove voleva morire e la Suor Servente d’allora, suor Aprà,
d’accordo con suor Visitatrice, organizzò il viaggio. Le Consorelle
ancora ricordano l’espressione del viso di suor Giuseppina all’apertura
degli sportelli dell’ambulanza, nel cortile delle Carceri: felicità
e beatitudine le illuminavano il sorriso. Ella morì due giorni dopo,
il 22 ottobre 1965.
Il funerale fu celebrato dall’Arcivescovo di Torino, il Card. Fossati.
Ci fu gran partecipazione e commozione. Ancora si ricorda il pianto sfrenato
dello stesso Cardinale, in ginocchio, chinato sulla bara di suor De Muro. Ella
venne inumata nella tomba dei Superiori, allora scelta inusuale, ma molto significativa.
Questa città l'ha così ricordata il giorno della sua commemorazione:
"Suor Giuseppina, insignita della Medaglia d'Oro al merito della redenzione
nel 1955 e della Mimosa d'Oro nel 1962 dall'Unione Donne Italiane aveva un grande
cuore di donna che sapeva mettere in atto i precetti del Vangelo con spirito
di carità e sapeva donarsi senza mai far pesare e senza mai sottolineare
l'opera compiuta". Per lei, che ricevette il premio della Fascia Tricolore,
è in atto la pratica per essere riconosciuta “Giusta tra le nazioni”
dal Centro Ebraico di Gerusalemme, evidente prova del suo amore senza confini,
senza pregiudizi, senza tessera o colore, ma solo vera, dolce e forte Carità.

Un riconoscimento dopo la morte le venne attribuito quando, nel 1976, la Scuola
d'Infanzia di via M. Lessona, 70, Torino, fu intitolata a lei. La promosse Giovanni
Dolino, importante Consigliere comunale considerato tra i protagonisti della
vita politica di pochi decenni fa, grande innovatore nella scuola: l’introduzione
del “tempo pieno”, così come dell’Estate Ragazzi si
deve a lui.
Nel libro “Carcere e Resistenza” di p. Ruggero Cipolla, si racconta
un episodio significativo: bastò una stretta di mano tra l’autore
del libro e Dolino a sancire l’intitolazione di due scuole torinesi, una
ad Elvira Pajetta ed un’altra a suor Giuseppina Demuro.

Due nipoti ricordano la zia suora:
"Avevi poco più di vent'anni quando sei giunta
a Torino ed hai incontrato la sofferenza umana, affrontandola dalla porta maestra...
A che cosa pensavi, e a chi; quale solitudine, quale umanità ti ha donato
il coraggio che ti ha condotta fino a quei gesti? So che ci ascolti, abbracciaci
e aiutaci anche adesso".
"Era per me una gioia entrare nel suo ufficio, rivestito
di legno, profumato di pulito e sempre ingentilito da un vasetto di fiori, e
per lei motivo di orgoglio era mostrarci, incassata nel muro, la radio dono
di non so chi. E c'erano il nido, la cappella, la lavanderia e il piccolo orto
con le erbette... Anche nella malattia le sono stata vicina. Quell' ultima sera
di agonia, con la mia mano presa, gli occhi rivolti al quadro di san Giuseppe,
mi tirava il maglione a collo alto, quasi pensasse che anch'io non respirassi
o quasi volesse comunicarmi che lei non respirava. L’ho accompagnata in
chiesa e al cimitero, ma ora il suo ricordo accompagna me".
Suor Giuseppina De Muro, una figura "storica" per
Torino, che deve essere sempre più conosciuta come modello di attenzione,
accoglienza e amorevole sostegno all’altro.
Suor Giuseppina ha camminato al passo di chi ha più
difficoltà perché spesso già se le trova alla nascita,
al passo di chi vive sofferenze rese ancora più pungenti dalla diffidenza,
dal disprezzo e dall’indifferenza, al passo di chi ha diritto del nostro
amore solo per il fatto di esserci, di vivere, immagine del Dio vivente, volto
dello stesso Signore Gesù Cristo.

“L’opera di suor Giuseppina De Muro è stata efficace
e silenziosa per la salvezza di tanti detenuti, fra i quali tanti ebrei che
ancor oggi ricordano con molta riconoscenza la piccola suora, Superiora delle
Figlie della Carità in servizio nel carcere di Torino durante la Resistenza.
Vari documenti sono oggetto di attento studio storico per rivalutare i suoi
esempi di solidarietà e di amore cristiano che possono essere trasmessi
alle nuove generazioni. È un dovere verso i nostri predecessori, che
hanno saputo tenere alti il senso di civiltà e la dignità umana,
è uno stimolo per un futuro migliore per tutti gli individui e popoli
della terra.
Il Comitato "Nessun uomo è un'isola" di Torino sta cercando
di salvaguardare la memoria storica, fondamento di identità culturale
e civile per la città, l'Italia e l'Unione Europea. Tale fu la pluralità
dei carcerati per motivi politici che soffrirono in questa terribile prigione
nel secolo scorso...
Il Comitato ha inoltrato le pra¬tiche burocratiche perché suor Giuseppina
De Muro sia riconosciuta "Giusta tra le nazioni" dal Centro Ebraico
di Gerusalemme.”
Comitato "Nessun uomo è un'isola"
Torino
L'Arcivescovo di Torino
Torino, 6 marzo 1976
Reverendissimo Padre Ruggero,
la prego dì portare la mia cordiale adesione alla cerimonia di inaugurazione
della Scuola Materna Municipale “Suor Giuseppina De Muro “.
Aver dato il nome dì questa suora ad un istituto di educazione per i
bambini della nostra città è un giusto riconoscimento dei meriti
di una persona sulla quale nessuno meglio di Lei può testimoniare: la
carità generosa, l'intelligenza delle sue iniziative, l'energia morale
e l'infaticabile attività di Suor Giuseppina. Il suo nome può
ben figurare tra quelli a cui Torino deve ammirazione e gratitudine, mentre
la sua personalità religiosa e umana è ancor oggi di esempio a
quanti credono sinceramente nella giustizia e nell’amore tra gli uomini.
Rinnovando il mio vivo apprezzamento per il lavoro che
svolge tra i nostri fratelli carcerati, a cui La prego di portare il mio cordiale
saluto, Le sono fraternamente nel Signore
+ Michele Card. Pellegrino, arcivescovo