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Emilia nacque il 7 maggio 1902 a Mondovì (Cn).

Il padre, Francesco, commerciante di tele e sete, era molto conosciuto in paese anche per il suo impegno politico, musicalee giornalistico. La madre, Rosa Emilia, svolgeva attività di servizio come infermiera della Croce Rossa e "dama della carità" di san Vincenzo de' Paoli. La famiglia Castellino divenne numerosa, 8 figli. Emilia era la terzogenita.

Domenica, Francesca, Maria Paola, Paolo, Andrea, Giuseppe e Mettolo accompagnarono la crescita di Emilia, nella gioia, nella bontà, nella fede. Lei aiutava i più piccoli negli studi, e insegnava loro le preghiere. In casa vi era anche la nonna, Francesca Bianco, presidente delle "dame vincenziane" fino al 1901. Emilia andava con lei alla Messa mattutina. La mamma e la nonna le trasmisero l'attenta premura per i Poveri.

Emilia si impegnò nello studio: conseguì la Licenza Magistrale e studiò lingue straniere a Genova.

Nel 1915, l'Italia entrò in guerra. Le violenze e la sofferenza che essa portò, colmarono d'angoscia Emilia. Pregò tanto per la pace e per la conversione degli uomini. E, fattivamente, preparava pacchi di aiuto per i soldati al fronte.

 La povertà aumentò a causa della guerra. Emilia, insieme a delle amiche, organizzò le "damine" di san Vincenzo per alleviare le privazioni dei Poveri. Insieme si impegnarono anche dei cugini, e, ben presto, il Signore fece sentire la Sua voce nel cuore di questi giovani audaci e generosi.

Emilia venne accompagnata spiritualmente prima dal parroco mons. Griseri, poi da un Missionario Vincenziano, padre Pradotto, superiore della Casa a Porta di Vasco, presso Mondovì. Padre Pradotto era un uomo di Dio, entusiasta di Vincenzo de' Paoli, capace di trasmettere agli altri la stessa passione per la carità. La giovane Emilia vide schiudersi orizzonti nuovi. La vita è bella e vale veramente quando è offerta a Dio e donata agli altri.
    La giovane iniziò a frequentare l'Istituto delle Orfane, animato dalle Figlie della Carità. Collaborò con loro per rendere serena la vita delle bambine e delle ragazze sole e in difficoltà. Organizzò feste e scampagnate, ma soprattutto insegnò e testimoniò che solo Gesù è la gioia della vita. Emilia osservò le suore dalla bianca cornetta: scoprì il suo "posto". Il dono di sè a Gesù, ai poveri in cui Lui continua a soffrire: ecco la sua via!

Emilia partecipò agli esercizi spirituali predicati da padre Giuseppe Picco, un gesuita. Il silenzio, la preghiera, i temi profondi esposti con semplicità e convinzione la conquistarono. La parola di padre Picco, le toccò il cuore.
    Emilia maturò la decisione. Si sentiva chiamata da Cristo. Ma come dirlo ai suoi? La sorella maggiore era morta nel 1918, a 18 anni, vittima dell'epidemia di "spagnola". Nel 1927 le sorelle Francesca e Paola, si erano sposate. Emilia era l'unica figlia rimasta in casa e i suoi le erano particolarmente affezionati per la sua dolcezza. Pregò tanto, poi rivelò ai genitori il suo desiderio.
    Il padre le rispose: "Sei troppo delicata per affrontare una vita di lavoro, di sacrificio... come farai?". Si sentì rispondere dalla giovane figlia con un sorriso: "Gesù mi chiama. I poveri attendono. Io vado.". Anche il Vesco di Mondovì, mons. Ressia, cottolenghino, influì sul consenso dei genitori.

Emilia, fragile e gentile, iniziò la sua preparazione all'Istituto per anziani di corso Casale a Torino. A 25 anni, guidata dalle Figlie della Carità, si dedicò ai servizi più umili: portare pesanti secchi d'acqua, pulire, imboccare i malati. Ed aveva una preferenza: voleva essere lei a pregare con i morenti, ad accompagnarli nell'ultimo istante.

Per la festa della Beata Vergine della Medaglia Miracolosa, il 27 novembre 1927, la giovane entrò in "Seminario", come san Vincenzo volle denominare il noviziato. La vita austera, però, la indebolì ulteriormente. Suor Rossignol, Visitatrice, le propose di tornare in famiglia, ma la Direttrice del Seminario, suor Zari, consigliò di iniziare una novena di preghiere per conoscere meglio la volontà di Dio. E suor Emilia si ristabilì. Erano più di cento le novizie nella casa di San Salvario, a Torino, ma Emilia si distinse tra tutte per il raccoglimento, la preghiera, l'obbedienza in qualunque servizio, e per la sua affezione a Cristo.

Vestito l'abito delle Figlie della Carità, con il nome di suor Vincenza, ed emessi i Primi Santi Voti, avrebbe desiderato tornare a servire gli ammalati anziani. Ma nel 1928 venne destinata al Segretariato della Casa Provinciale. Per sette anni, fino al 1935, visse nel silenzio, e nel nascondimento, a fianco dei superiori. Conobbe i problemi delle Opere della Provincia. Ascoltò le suore che passavano a San Salvario, si interessò di loro, discreta, amabile, pronta ad incoraggiare, a indicare sempre Gesù come la sorgente dell'amore e del dono di sè. Suor Vincenza conquistava i cuori, apriva alla confidenza.

Nel 1935, venne chiamata come aiuto della Direttrice del Seminario. Pose al servizio delle Seminariste il suo grande cuore, la sua intelligenza, la sua passione per Cristo. Accanto a lei, le Sorelle che iniziavano la loro missione trovavano il clima di fede, la gioia di superare ogni difficoltà, di donarsi totalmente. Alle giovani che cominciavano la formazione, insegnò ad osservare la "Regola" solo per amore, perché l'amore è l'anima della vita consacrata.
    Suor Vincenza si distinse, ancora una volta, come donna dalle grandi doti e dall'intensa unione con Dio.

Nel 1940, mentre fosche nubi di guerra apparivano all'orizzonte, venne mandata a dirigere l'Istituto "Alfieri Carrù" di Torino, una casa colma di gioventù, dalle bambine della scuola elementare alle giovani universitarie, a quelle dei corsi professionali.
    Dai giorni in cui radunava cugine ed amiche per pregare e servire, aveva sempre amato i giovani. Comunicò loro l'ideale bello e forte della donna secondo Gesù, protagonista nella società per un mondo più giusto.

Nel 1943, in piena guerra, andò a dirigere la comunità delle suore che operavano all'Ospedale Gradenigo, piccolo centro di otorinolaringoiatria.

Si trovava a contatto con i malati ed incontrava il dolore trasformato in amore, quello stesso Amore contemplato nel Crocifisso.
    Si fece prossima ai sofferenti e ai loro familiari.



Sapeva consolare, insegnava a pregare e ad offrire la propria sofferenza a Dio. Dove ella passava, tornava il sorriso, rinasceva la pace.
    Una notte, un bombardamento aereo distrusse la cappella dell'Ospedale.



Il primo pensiero di suor Vincenza fu per Gesù nell'Eucarestia. Non temendo i pericoli, scese angosciata a cercare fra le rovine. Vide un riflesso luminoso: ecco il Ciborio intatto. Lo strinse al cuore e lo portò in un luogo sicuro, commossa, felice del ritrovamento. È Lui il suo Amore, il suo Tutto.

Torino era un facile bersaglio e le bombe lasciavano distruzione e morti. Il Cardinal Maurilio Fossati, Arcivescovo della città, chiese ospitalità, per chi viveva in pericolo, ai monasteri delle claustrali. Suor Vincenza strinse amicizia con le Carmelitane di Val San Martino, in collina. Arricchì ancor di più il suo spirito di amante contemplazione dello Sposo divino.

Nel 1945, a 43 anni, suor Castellino venne nominata Direttrice del Seminario.
    Si avvicinò alle giovani con umiltà, capace di ascolto materno. Tenne istruzioni semplici, chiare, penetranti, sulla Regola e sullo spirito di san Vincenzo, indicando sempre Gesù, centro e sorgente dell'amore. Spiegò che si diventa Figlia della Carità per Gesù, che Lui solo riempie la vita e rende possibile ogni donazione, che è Lui a mandare a servire i poveri, Suo volto.

"La notte di Natale", narrano le seminariste, "dopo la Messa di mezzanotte, ci radunava attorno al presepio e ci dava il piccolo Gesù da baciare. Era l'espressione del nostro "sì" pieno a Lui, nella festa in cui sentivamo di più il distacco dalla nostra famiglia, i vincoli del sangue spezzati. Tutto doveva diventare, in quel bacio a Gesù, un grande gioioso atto d'amore".

"La Direttrice era devotissima dello Spirito Santo, e celebrava con particolare fervore la festa di Pentecoste. Ci ripeteva: - Il tempo del Seminario è come la Pentecoste, è unica nella nostra vita: vivetela con intensità, dev'essere una Pentecoste di fuoco... E poi, piene di Spirito Santo, partirete per la vostra missione -. Amava il silenzio e ci insegnava a rispettare i momenti di silenzio, perché ci diceva: - Dio parla nel silenzio e l'anima nostra si unisce a Lui nell'amore. Egli ci insegna a donare la vita ai poveri, come Gesù vuole - ".

"C'erano dei tempi in cui ci metteva davanti con chiarezza il dovere da assumere, il sacrificio da accettare, un sì da pronunciare a Dio senza esitazioni, senza rimpianti. Era convinta che al Signore non si può rifiutare nulla e sapeva condurci a questa convinzione, all'accettazione piena della volontà di Dio".

"In un momento di grande sofferenza, per me e per lei, mi disse: - Coraggio, stiamo scrivendo la nostra storia sacra, non perdiamo tempo, scriviamolo bene sotto lo sguardo di Dio - ".

"La maggior parte delle Seminariste annotavano i suoi insegnamenti, le sue affermazioni più tipiche. Tutte le conservavamo nel cuore per meditarle e farne sostanza della vita: un deposito cui attingere nell'ora dell'incertezza, del dubbio e della prova. Vi ritrovavamo un'anima colma di Dio. Ricordo qualcuno di questi pensieri: - La Regola comanda... La campana è la voce di Dio... I poveri attendono... Non concedere nulla a se stesse -. Quando, finito il noviziato, la incontravamo e le ripetevamo queste sue espressioni, si commuoveva e nella sua umiltà, con il suo sguardo profondo, sembrava dirci: - Grazie. -.

"La nostra Direttrice conosceva la vita nei suoi aspetti lieti e tristi, da persona veramente umana. Conosceva il mondo nelle sue gioie e nelle sue miserie. Non le sfuggiva nulla, penetrava tutto fino in fondo. Tuttavia dava l'impressione che la sua purezza le lasciasse contemporaneamente la sensibilità di sentire e la libertà dell'amore. Tante volte mi sono chiesta come potesse essere così santa e insieme tanto umana... Ad un certo punto, ho capito qualcosa della sua vita interiore: le parole della Regola: "Onoreranno Nostro Signore come la sorgente e il modello di ogni carità".", avevano modellato la sua esistenza.".

Ecco il "cuore"di suor Castellino: Gesù Cristo.
    Emilia aveva sempre cercato di trasformare la sua esistenza, identificandola a quella umana e tutta divina di Gesù.
    Colma di Lui e del suo Spirito, anche lei ha sperimentato la Passione, il Calvario, le ore della solitudine, dell'incomprensione, dei timori... e, uscitane rafforzata, ha potuto donare a centinaia e centinaia di suore una formazione intensa e profonda, con lo stile di san Vincenzo e di santa Luisa.

Ritornando a San Salvario per le giornate di ritiro, tutte la cercavano, chiedevano consiglio, l'ascoltavano. Il suo ufficio era sempre aperto per le sue suore e il suo cuore materno diveniva un faro luminoso, una fresca sorgente.

Nell'aprile 1967, la Superiora Generale, Madre Guillemin, radunò alla Casa Madre di Parigi tutte le Direttrici di Seminario per un incontro sul rinnovamento della formazione secondo il decreto "Perfectae Caritatis" del Concilio Vaticano II.
    Suor Castellino intuì che il compito di formare le nuove generazioni di suore doveva essere affidato ad una persona più giovane. Confidò alla Madre Generale: "Io sono pronta a lasciare, anche se mi costa sacrificio.".
    Rimase Direttrice ancora tre anni, vivendo la grande pena della crisi di vocazioni di quel periodo.

Nel 1970 lasciò il suo incarico svolto con amore per 25 anni.
    Da San Salvario, dove aveva trascorso 40 anni della sua vita, passò all'Istituto Provinciale per l'Infanzia di Torino, dove, per 7 anni, fu suor Servente.
    Ebbe una grande delicatezza per le suore. Avvicinò le giovani mamme, sempre comprensiva, disponibile. Accolse i bimbi nei quali, seguendo gli insegnamenti dei Fondatori, onorava l'Infanzia di Gesù.

Nel 1978 venne destinata a "Casa di Maria" di Grugliasco (Torino).

Suor Castellino, come Assistente, coadiuvava la suor Servente nel servizio delle suore anziane a riposo, ma non mancò di interessarsi ancora alle suore più giovani. Tante sorelle vedevano ancora in lei la "Direttrice" e ascoltavano con piacere le sue parole. Sosteneva le suore più giovani interessandosi del loro lavoro, con santa curiosità per quanto di bello e grande avveniva nella comunità e nella Chiesa.
    Nominata ministro straordinario dell'Eucaristia, accompagnava la suora che visitava i malati, portando loro Gesù Eucaristico, serena e felice.
    Nel silenzio della sua stanza continuava la corrispondenza con le suore e con chi si rivolgeva a lei.



Rispondeva ad ogni lettera con scritti brevi, densi di fede e di incoraggiamento. Un' espressione ricorre spesso nelle sue lettere: "...desiderio insaziabile di Gesù...". Era il vero, grande, appassionato desiderio di tutta la sua esistenza.

Suor Castellino ha spesso servito i Poveri per interposta persona. Ma ha senz'altro goduto di tutto gli atti d'amore svolti dalle suore da lei formate. La rottura del femore, l'intervento, le cure le danno occasione di soffrire e di offrire a Dio con amore, in silenzio, pregando in particolare per le Vocazioni.
    Negli ultimi anni visse di preghiera, silenziosa ed appartata, quasi timorosa di essere vista.
    All'inizio del maggio 1983 chiese l'Unzione degli Infermi e il Viatico. Le tre del pomeriggio del 7 maggio la trovano in preghiera, serena, in attesa, lo sguardo fisso al Crocifisso, nella stanza 7 dell'Ospedale Gradenigo.
E Gesù la introduce nella gioia eterna.

        Poco prima aveva detto:
"La mia vita vuole essere
nella verginità dell'amore e del silenzio,
un continuo gloria al Padre,
al Figlio e allo Spirito Santo".




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