S.
CATERINA LABOURÈ
Figlia della Carità (1806 - 1876)
e la Madonna della
Medaglia Miracolosa
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"Quando mi trovo nel pericolo di alterarmi con una persona molesta, penso a Nostro Signore che vive in essa e mi conservi in pace."
"I servizi più umili fatti ai poveri infermi sono il lavoro proprio di una Figlia della Carità. Queste sono le nostre gemme, e bisogna guardarci bene dal lasciarcene rapire dagli altri."
"Noi non siamo le padrone, perché tutto appartiene ai poveri. Bisogna avere molta cura di tutto e non costringere la comunità a spese a scapito dei poveri"
Caterina Labouré visse i suoi primi 24 anni in una
famiglia più che numerosa (11 figli), nella fattoria
dei Labouré, nel piccolo paese di Fain les Moutiers
vicino a Châtillon.
Vita semplice, laboriosa, dove molto presto i bambini imparano
a rendersi utili.
Caterina, a soli 9 anni, dopo la morte
della mamma, dovette assumersi la responsabilità della
casa e la cura della sorella più piccola e dell'ultimo
nato che aveva seri problemi di salute.
Non ebbe tempo per il gioco e poco per la scuola. La sua grande
maestra fu la vita con la sua quotidianità e i vari
impegni da svolgere. Conobbe il calore del fuoco ed anche
il modo di procurarsi la legna; la freschezza dei prodotti
dell'orto e i tempi della semina e della crescita; la morbidezza
della farina e l'arte di affettare la grossa pagnotta per
dividerla con i membri della famiglia; l'odore della liscivia
e il freddo dell'acqua del torrente per lavare la biancheria
e i ruvidi indumenti dei suoi familiari.
Caterina sapeva però prendersi anche il suo tempo libero.
Quasi nascosta nella penombra di una chiesetta poco fuori
paese, rimaneva a lungo in una preghiera fatta di lunghi silenzi
e di brevi invocazioni.
In questo contatto intimo e personale con Dio cominciò
a insorgere in lei un desiderio dai contorni sempre più
precisi: donare la sua vita al Signore per servirlo nei poveri,
come aveva già fatto sua sorella Maria Luisa.
Dovette attendere fino a 24 anni, perché la sua presenza
in famiglia era più che necessaria.
Era l'aprile del 1830. Caterina bussava alla porta della Casa
Madre delle Figlie della Carità a Parigi, alla Rue
du Bac. Voleva essere una di loro.
Non aveva grandi doti da portare: né cultura, né
attitudini particolari, non hobbies; offriva però una
grande capacità di dono, una fede semplice e salda,
una volontà orientata al meglio, un atteggiamento docile
per lasciarsi formare e guidare.
In quel 1830 la vita di Caterina ci presenta come uno
spaccato: per circa 10 mesi la giovane farà esperienze
del tutto nuove e ripetute; lei, così concreta,
avrà frequenti contatti con il soprannaturale:
vedrà più volte il cuore di san Vincenzo,
fondatore delle Figlie della Carità, al disopra
della cassa contenente i suoi resti mortali; vedrà
il volto di Gesù nell'Eucarestia e Cristo che
porta la croce; vedrà la Madonna che le svela
il futuro della Francia (le rivoluzioni del 1830 e del
1848) e le affida alcuni messaggi.
Esperienze che lasceranno un segno indelebile, ma che Caterina
coprirà col più rigoroso silenzio.
Pochissime persone, e tutte legate dal segreto, conosceranno
i grandi messaggi ricevuti dalla veggente.
Saranno loro che dovranno diffonderli e, come nel caso delle
richieste della Madonna, dovranno realizzarle.
45 anni ininterrotti di dedizione agli anziani della Casa
di Riposo di Enghien, a Rueilly, un sobborgo periferico a
sud est di Parigi. Giornate e giornate senza troppe varianti:
preghiera, servizio, vita comunitaria. II diversivo poteva
capitare di tanto in tanto. Per suor Caterina consisteva nel
poter ritornare alla Rue du Bac, in quel luogo e in quella
Cappella dove aveva veduto ciò che gli altri non avevano
potuto vedere.
Riviveva quei momenti, immersa nel silenzio e nella preghiera,
felice di quello che sentiva raccontare: quella medaglia che
la Madonna le aveva chiesto di far coniare, si moltiplicava
in migliaia e migliaia di esemplari, portando grazie di guarigioni
e di conversioni in così gran numero, tanto che il
popolo l'aveva chiamata "Medaglia
Miracolosa". Vedeva anche il fiorire di un'Associazione
di ragazze la cui ricchezza spirituale era la devozione a
Maria e l'imitazione delle sue virtù.
Queste cose la Madonna le aveva chieste espressamente a lei,
Caterina. Ora erano diventate realtà ed erano sotto
gli occhi di tutti.
Dopo queste visite alla casa Madre, suor Caterina tornava
ad Enghien sollevata nello spirito; riprendeva il suo posto
accanto ai poveri, contenta della semplicità delle
sue giornate.
Continuava a mantenere la consegna del silenzio sui doni di
grazia ricevuti. Forse qualcuno intuì che la Suora
che aveva visto la Madonna, era suor Caterina, ma nessuno
ne ebbe mai la certezza.
Non ci furono, per questa Suora, promozioni umane, se non
che dal pollaio passò alla cucina, dalla cucina alla
sala degli anziani e da questa alla portineria. Tutto qui.
Suor Caterina si sentiva ed era Figlia della Carità;
lo era nel senso più prezioso di questo titolo. Amava
Dio, san Vincenzo e santa Luisa, la Chiesa, la Comunità,
i Poveri.
C'erano in lei la forza e la debolezza, la tentazione a reagire
d'impeto e la capacità dell'autocontrollo, la percezione
di ciò che non era positivo e il senso del rispetto,
del non giudizio e della non condanna.
Suor Caterina era prima di tutto una donna, una donna forte,
dal carattere passionale e dalle reazioni primarie, ma anche
una donna volitiva, decisa, concreta, che andava all'essenziale.
Non è diventata santa perché ha avuto delle
visioni, ma perché, consacrata al Signore per il servizio
dei poveri, ha compiuto giorno dopo giorno la volontà
di Dio, nel silenzio e nell'umiltà, lasciandosi trasformare
dalla potenza della Grazia.
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