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dalle " NOTIZIE - Anno 1949 - "

Suor Teresa BORGARINO
morta alla Casa dell’Immacolata Concezione di Luserna (Torino)
il 1° gennaio 1949
in età di 69 anni
48 di Vocazione


  Il 3 settembre 1880, le campane del villaggio di Boves, nascosto in mezzo ai monti, sonavano a festa: veniva battezzata Teresa Borgarino. Questa nascita è una nuova benedizione nell’umile famiglia dove ogni bambino viene accolto come un dono di Dio. La sua infanzia è segnata da un fatto grazioso.
  Teresa ha circa 6 anni, quando, un mattino, una colomba entra nella sua camera, vola qualche istante, poi si posa sulla sua spalla. La bimba crede di sentire una voce che mormora: "Sii buona, obbediente verso i tuoi genitori e poi...vedrai...vedrai...".   Immaginazione o realtà?... Qualunque cosa sia, è però di fatto che questo programma diventa quello di Teresa: bontà, semplicità, saranno le grandi virtù della sua vita, e Nostro Signore l’attirerà nell’intimità del suo amore.

  Allevata nella sana atmosfera dei campi, giunta all’età dell’obbligo scolastico, frequenta le tre classi elementari della scuola del villaggio. È una buona, piccola scolara, e più tardi ci sarà da meravigliarsi che scriva così correttamente malgrado la sua poca istruzione. Si applica soprattutto allo studio del catechismo, per ricevere presto Gesù nel suo cuore. A questo atto vien preparata con grande amore dalla sua mamma, pur temendo la severità del Signor Curato che ammette alla Prima Comunione soltanto a 10 anni compiuti. Alla piccola Teresa, mancano ancora sei lunghi mesi! Molto commossa si reca alla Chiesa, e risponde così bene che paternamente il buon Prete conclude: "Non hai l’età voluta, ma per te faccio un’eccezione!". Raggiante, la piccola corre in casa ad annunciare la bella nuova. Il mattino del gran giorno, rivestita del suo più bel grembiule di cotone, con un velo bianco in testa, si accosta alla Santa Mensa, tra le sue piccole amiche; il suo puro viso è illuminato da una gioia celeste. Gesù, nella sua maniera divina, le fa conoscere che un giorno, sarà religiosa. Dopo la cerimonia, Teresa, che non sa nascondere nulla alla sua mamma, le rivela il suo segreto. La confidenza è accolta da una severa osservazione con la minaccia d’esser privata del pranzo. La povera mamma, a cui una sorella, Figlia della Carità, è morta a quattro anni di vocazione, conserva un pregiudizio verso la vita religiosa, ciò non le impedisce però di allevare i suoi bambini in un ambiente favorevole alla pietà.

  Malgrado la povertà del focolare, quando ritira dal forno il pane dorato e fumante, dice dolcemente: "La prima porzione dev’essere per il buon Dio. Portate questo pane al tal povero. State attenti a darglielo di nascosto, l’elemosina si fa così".
  I vicini più infelici sono sempre i primi a gustare le primizie dell’orto e del frutteto. Infaticabile lavoratrice, abitua le sue figliuole alle faccende domestiche, all’ordine e alla proprietà. Quando tutto è rassettato, bisogna cucire, far calze o raccomodare; qualche soldo è promesso per ogni paio di calze rimesso a nuovo, per dare il gusto del risparmio. Ma perchè non si attacchino alle loro economie, questa madre prudente chiede talvolta il loro aiuto per spese impreviste.

  Il padre di Teresa ha una fede profonda. Durante la bella stagione si alza alle tre per avere il tempo di recarsi alla Messa prima di cominciare il lavoro campestre. Ha accettato di essere il Padrino, e ne è fiero, di quindici ragazzi del villaggio e spera d’aver ancora altri figliocci. " È così gran cosa fare un cristiano!", dice per spiegare la sua ambizione. Quando ha l’onore di essere chiamato, mette sempre il suo miglior vestito per la cerimonia. Ama lui pure i poveri, e li aiuta volontieri come sua moglie. Teresa eredita questa carità. Sul pane della sua merenda ne preleva sempre un pezzo che depone sulla finestra d’una Cappelletta della Santa Vergine, pregandola d’ispirare a qualche povero, il pensiero di venirlo a prendere. Se incontra un infelice, dà tutto ciò che ha. Col permesso di suo padre porta spesso un po’ di vino a una donna malata, della minestra ad una vecchia molto ripugnante, abbandonata da tutti, a cui rifà il letto.

  Un giorno si deve condurre Teresa all’ospedale per estrarle una ciste. "Non mi moverò per amore di Gesù", assicura. E quando la Suora, ammirata per la sua fortezza d’animo, le chiede: "A che pensavi quando ti facevano male?". "Che Gesù ha sofferto molto di più!".

  Teresa, cresciuta, vuol rispondere all’invito divino. Ma, in quale ordine entrare? Ogni domenica si reca all’ospedale di Boves, retto dalle Figlie della Carità. Le ama e le ammira ma si crede troppo povera, troppo ignorante per essere accolta tra loro. Ma ecco che la buona vecchia, così povera, così deforme, di cui la bambina ha avuto pietà, la riconosce mentre attraversa la sala dei vecchi dov’è stata ospitata. Indicandola, grida: "La giovinetta che tempo fa mi ha soccorso così caritatevolmente!... È già una vera Figlia della Carità!". Dio si è servito del povero per precisar la sua chiamata. Teresa presenta umilmente la sua domanda, ed è ben meravigliata di ricevere una risposta favorevole "malgrado la sua indegnità". Alla vigilia della sua partenza una compagna l’apostrofa: "È vero che ti fai Suora? Ebbene, ti si farà scopare e poi rimetteranno di nuovo l’immondizia perchè tu abbia a scopare ancora". "Poco importa", risponde sorridendo Teresa.

  Le sue viste sono più alte: poichè si dà a Dio, il suo scopo è soltanto quello di piacergli, e non teme i più umili uffici. "Tutto per Tuo amore, o mio buon Gesù, imiterò la tua bontà nel Santissimo Sacramento; sarò buona, silenziosa, pia. Farò tutto sotto il tuo sguardo divino". Al Seminario, la sua anima pura e semplice, gode intensamente d’essere nella Casa del Signore. Gusta subito l’intimità con Dio. Ma più un’anima è vicina a Dio, e più è provata perchè crescano in lei la confidenza e l’amore. Suor Borgarino si crede in porto, ma ecco che la prova l’aspetta al varco. Mentre con attività attende alla pulizia del dormitorio, che è il suo ufficio, urta violentemente contro il ferro di un letto. L’applicazione di un rimedio troppo caldo le cagiona una scottatura di cui la sorellina non si lagna "per amore di Gesù". Questo incidente la obbliga a subire un esame medico che rivela un serio stato di anemia. Suor Borgarino abbisogna dell’aria di montagna: s’impone il ritorno in famiglia. Colpita da questa nuova, è sostenuta soltanto dal pensiero della volontà di Dio. Per sua consolazione trova tra i suoi parenti una grande comprensione, poco favorevole però alla sua nuova partenza. La sua mamma le assegna una camera separata da quella delle sue sorelle e la cura con grande amore. Le Clarisse di Boves, sentendo del suo ritorno in famiglia, fanno di tutto per attirar Teresa nel loro Monastero. "Non ha che a dir di sì, e sarà accettata", le fa dire la Madre Abbadessa, che l’invita a cominciare una fervente novena a San Francesco d’Assisi e a Santa Chiara. La giovinetta si lascia persuadere, ma il terzo giorno della novena, la convinzione d’essere chiamata tra le Figlie della Carità è così forte che cessa la novena. Le sue visite all’ospedale di Boves diventano più frequenti. Confida il suo stato d’animo alla Suor Servente: "Ma Soeur, sono un pesce fuori acqua". Tuttavia nella sua umiltà non osa chiedere la sua riammissione. Un anno più tardi interviene la Provvidenza: suor Bauchiero, Direttrice del Seminario, sapendola ben ristabilita, le scrive per invitarla a ritornare. Teresa è felice, prepara la seconda partenza ed ecco che alla vigilia, un grave incidente attraversa la sua decisione: suo padre cade da un albero e si rompe tre costole. In mezzo alle sue sofferenze, supplica la figlia di non partire: "Sarai causa della mia morte". Teresa è attesa a Torino il domani. S’impegna una lotta terribile tra il suo amor filiale e il timore di non essere più accettata se differisce il suo ritorno. Il Signor Curato le consiglia di domandare una dilazione e la Comunità gliela accorda fino alla guarigione di suo padre. Appena il malato riprende le sue forze, Teresa s’allontana. A Torino si presenta umilmente a Suor Visitatrice, coi suoi vestiti da contadina, bacia la terra, come prima, e sente questo incoraggiamento: "Bene, figliuola, ha conservato i nostri usi". Dopo un secondo postulato, suor Borgarino si ritrova infine in Seminario. Silenziosa, con gli occhi abitualmente abbassati, passa per timida ed imbarazzata, ma questa prima impressione dura poco. È pronta a tutto con un buon sorriso. "La sua pietà, il suo raccoglimento, la sua compiacenza, ci animavano a seguire il suo esempio", scrive una sorellina di quell’epoca. "La sua gioia d’appartenere a Gesù irradiava al punto di farci desiderare i sacrifici che gliel’avevano fatta acquistare".

  Nel maggio 1902, sotto la sua prima cornetta, suor Borgarino arriva alla Misericordia d’Angera. Vi rimane soltanto per quattro anni, ma lascia un tal profumo di edificazione che il Signor Curato, sentendo parlare della sua partenza, dice alla Suor Servente: "Mi spiace tanto ch’ella parta, è un’altra Bernardetta".

  In una domenica glaciale del gennaio 1906, sotto un’abbondante caduta di neve, la giovane Suora passa la frontiera svizzera per raggiungere l’Ospizio Rezzonico di Lugano. I buoni vecchi non han voluto coricarsi prima di aver ricevuto la nuova Suora, che si chiama ormai suor Gabriella, e di farle festa. Commossa di questa accoglienza, si sente compensata del suo sacrificio e benedice Dio con tutto il cuore. I sei primi mesi di questa umile vita sono la preparazione immediata dei suoi primi Voti. Nella sua semplicità suor Gabriella si lascia guidare da nostro Signore, lo consulta per le più piccole cose, vuol consolare il Divin Cuore, e non teme di soffrire per vederlo glorificato. Durante cinque anni è messa alla prova da terribili pene interiori: tenebre, amarezze, desolazioni, vere "notti d’anima" schiacciano questa natura delicata e sensibile. Malgrado l’apparente abbandono di Dio, crede in Lui senza trovarlo, l’ama senza sentirlo, e compie volonterosamente il suo dovere. Senza rilassarsi per nulla dall’osservanza della Regola, della pratica dell’obbedienza, della carità, sopporta la lunga prova senza che alcuno ne dubiti. Gesù la priva anche del soccorso legittimo che spera trovare nel suo Confessore. Umilmente si sottomette, e non svela la sua anima oppressa che nell’orazione: "Vengo a Voi col cuore desolato; nel vostro Tabernacolo verso tutte le mie pene. Liberatemi dalla disgrazia di separarmi da Voi, m’abbandono ai Vostri desideri, sono la vostra piccola sposa". Ma suona l’ora in cui Gesù ricompensa la sua fedeltà. "Come fui riconfortata", scrive, "mi trovavo nelle tenebre più fitte e cercavo di non lasciar nulla trapelare all’esterno. Infine Gesù si fece sentire e, tra le altre cose, compresi che avrei potuto cogliere per Lui dei fiori ovunque, anche sulla neve. D’allora cerco di raccogliere incessantemente i piccoli fiori di virtù: presso le mie Compagne, i Poveri, quando mi trovo in Chiesa. Gesù mi segue, e mi invita a fare degli atti d’umiltà, di dolcezza, di mortificazione".

  Nel 1918 la famosa "spagnola" scoppiò e l’Ospizio di Lugano è trasformato in lazzaretto. Tra i malati si trova un prete apostata. È il terrore di tutti. Una notte suor Gabriella fa la veglia allorchè l’infermiere di guardia la chiama: "Sorella, presto, l’infelice sta per morire, non ho il coraggio di rimanere presso di lui, ho paura". "Abbandonarlo?". pensa suor Gabriella. "Sono Figlia della Carità, come potrò lasciar perdere un’anima?". Invoca il soccorso divino, discende in fretta, presenta un cordiale al moribondo. "Abbia fiducia nella Divina Misericordia; baci il Crocifisso; non tema, il Signore è infinitamente buono; perdona tutto, assolutamente tutto". Delicatamente avvicina la croce alle labbra dell’agonizzante che la bacia; le sue labbra sembrano mormorare una preghiera; guarda suor Gabriella, sorride e spira tranquillamente.

  Un maestro di scuola, massone, che nei giornali ha scritto articoli violenti contro le religiose, è colpito dalla terribile epidemia. "Mettetelo in una camera separata, trattatelo con tutti i riguardi possibili", consiglia la Suor Servente, confidando a suor Gabriella la responsabilità di quell’anima. Ogni giorno essa s’ingegna di preparargli tutto ciò che può fargli piacere ed offrendogli un po’ di crema, un dolce, lascia scivolare una buona parola che non vien respinta. Il malato guarisce; prima di partire esprime la sua riconoscenza alla sua infermiera: "Sorella, che potrò fare per lei?". "Oh, nulla! Siamo qui per darci a Dio nel servizio dei malati. Venite in Cappella e diciamo insieme un’ "Ave Maria".". L’invito è accettato e, dopo, quest’uomo rende visita alle Suore che lo hanno così ben curato, conduce loro i suoi compagni, scrive degli articoli in cui esalta le loro opere, e s’impegna per ottenere il loro ritorno all’ospedale civile da dove una amministrazione massona le aveva allontanate. Davanti a tali miserie morali, la santa Figlia della Carità si dà a Dio in un modo più particolare in riparazione di tanti oltraggi! Lui gliene dà ben presto il mezzo.

  Chiamata alla Casa Centrale, si vede affidare l’ufficio della dispensa alla Casa di ritiro di Grugliasco, più tardi è trasferita a Luserna.
Dal 1919 al 1931, suor Gabriella spiega la sua attività in cucina, in refettorio, in dispensa, in cantina. S’incontra spesso, col suo gran paniere di patate al braccio, o carica delle caraffe di bevanda. Sia che riceva i fornitori, che prenda ordini dalla sua Suor Servente alla quale propone il "menu", che ascolti una Compagna venuta per chiederle un servizio, suor Gabriella è sempre la stessa: serena, dolce, compiacente. Per lei, il dovere è la voce di Dio. "Quando non ero abituata alla unione continua con Dio", confida, "quando mi trovavo in cucina e il mio spirito si dissipava un po’, mi sembrava che un raggio sfuggisse dal Tabernacolo e arrivasse al mio cuore per richiamarlo. Ora non ho più bisogno di questo richiamo". Le sue note, senza pretesa alcuna, ci svelano le sue risoluzioni, la sua . intimità con Gesù: "Devo pensare a santificarmi, a praticare una grande dolcezza senza mai scusarmi, ma piuttosto far silenzio per ottenere dal Divin Cuore di Gesù molte grazie per le anime e per la cara Comunità... Cercherò, per far piacere a Gesù, d’aver sempre il sorriso sulle labbra, anche quando il cuore è penato; venga questa pena da Gesù, o dalle creature, non importa, devo mostrarmi felice e contenta, perchè il Paradiso è per me, se amo Gesù con tutto il mio cuore e se lo servo cercando di accontentar le mie sorelle in tutto ciò che mi è possibile... Cercherò di far morire in me quella suscettibilità che mi fa soffrire e fa della pena agli altri... Ho compreso che Gesù soffre quando abbiamo poca delicatezza verso il Crocifisso del nostro rosario del fianco. Qualche volta, lo deponiamo senza attenzione, lo urtiamo. Gesù prova una gran pena nel vedersi trattato con tanta indifferenza. Nella Passione, il suo Viso adorabile fu profanato. Desidera trovare maggior delicatezza presso le sue spose. Mi sembra che le Figlie della Carità dovrebbero baciare il loro Crocifisso con amore in riparazione del bacio di Giuda". Se suor Borgarino lavora incessantemente alla pratica di tutte le virtù, la carità risplende maggiormente in lei. "Un giorno", racconta una Compagna, "le feci osservare che dava troppo tempo agli altri, che si stancava al di là delle sue forze". "Ciascuna ha la sua missione d’adempiere quaggiù", mi rispose, "le anime apostoliche hanno quella di evangelizzare le nazioni; i Superiori quella di governare; a me, il buon Dio ha dato quella della carità. Vuole ch’io sia molto delicata nell’esercitarla per consolare il suo Cuore afflitto dai peccatori". Quando non può fermare una conversazione che ferisce la carità, il suo sguardo si fa severo ed avverte: "Gesù non è contento"; oppure comincia ad alta voce un’ Ave Maria. Davanti a suor Gabriella, una Suora rileva un tratto edificante e una mancanza che l’ha provocato; ma la Compagna riceve questo consiglio: "Sia più delicata quando si tratta della carità. Gesù preferisce che noi tacciamo un atto edificante piuttosto che mettere in evidenza i difetti del prossimo". Pur sorvegliando le marmellate che cuociono, suor Gabriella manifesta un profondo dispiacere. "Che ha, Sorella?". Senza esitare spiega: "Ho fatto della pena a Gesù. Una Suora è venuta a chiedermi un limone per una malata e, siccome io in quel momento mi trovavo un po’ imbarazzata, le ho detto di andare in dispensa. Ella non avendo trovato nessuno è stata costretta a ritornare. Gesù mi ha rimproverato di non averla accontentata subito. Il, mio atto sarebbe stato più perfetto... Il mancare alla carità mi fa paura", disse un’altra volta, "dopo che il Signore mi ha fatto subire una specie di giudizio durante il sonno. Avrò sognato?... ma non posso dimenticare ch’Egli è stato indulgente per tutte le mie colpe, salvo per quelle contro la carità. Mi ha detto con severità: - Da te esigo una carità squisita - . Io vi faccio ben attenzione ma, quando vi manco, prima della Comunione, Egli me ne rimprovera".

  Suor Gabriella è il raggio di sole delle buone Suore Anziane e delle malate. La sua bontà la fa vibrare all’unisono con Colui, che ha detto: "Venite a me, voi tutti che soffrite...". Le pene delle sue Compagne, le loro prove cagionate dall’età o dalla salute, trovano un’eco nel suo cuore sì largamente aperto a tutti. Quando entra, sorridente e compassionevole all’infermeria, la sua presenza dissipa le nubi addensate talvolta dall’inazione: "Coraggio, Sorella, io soffro con lei e per lei prego. Tutte sono nel mio cuore, non le dimentico mai". Se lo stato d’una malata si aggrava, la sua sollecitudine aumenta; incoraggia, comunica la sua confidenza senza limiti verso il Santo Nome di Gesù, suggerisce qualche orazione giaculatoria, ma tutto brevemente, senza stancare. Quando una Suora, sotto il colpo di una penosa impressione, le espone le sue apprensioni, sa dare sempre la sua parola di conforto, il consiglio saggio ed appropriato. Cordialissima, fa in modo che le nuove arrivate si trovino subito a loro agio, e s’ingegna di far loro respirare l’atmosfera di famiglia. "Arrivai a Luserna", scrive una di esse, "e, incaricata di una commissione di premura, mi rivolsi alle Suore che lavoravano in Camera. Nessuno poteva aiutarmi ed io mi ritirai, quando suor Gabriella entrò. Io non la conoscevo, ma il suo sorriso m’invitò a ripetere la mia richiesta. Senza lasciarmi il tempo di ringraziarla, mi diede gli schiarimenti necessari, e poi si allontanò umilmente com’era venuta". Discretissima, non si permette mai una domanda che provochi una confidenza. La sua grande prudenza seppellisce nel silenzio tutto ciò che le si rivela; si contenta di parlarne a Dio nella preghiera. Se qualcuno prende in mala parte il suo modo di agire, o la mortifica, raddoppia i suoi riguardi, la sua delicatezza. E così ripete ogni giorno lo stesso atto di bontà verso una Sorella che apertamente le mostra dell’avversione: quando suor Gabriella la vede entrare in Camera, si alza, prende lo sgabello che ha sotto i piedi e glielo offre. È respinta? La sua calma inalterabile fa credere che non se ne è accorta, che è indifferente. Tutto le serve per salire verso Dio. Ad una Compagna che le domanda se, durante la ricreazione, è migliore una cordialità espansiva o una mortificazione che mantiene la vita interiore, ecco che cosa risponde: "L’una e l’altra, mia cara Sorella. Pratichiamo una cordialità, non rumorosa, impregnata d’amor di Dio e del prossimo, e facciamo in modo che la nostra dolce attenzione a fare il bene, alimenti la nostra vita interiore». Scusando tutti, particolarmente gli assenti, ha una tattica tutta personale per stimolare al perdono, a riguardare gli avvenimenti con maggior spirito di fede. "Scoraggiata in seguito a molte noie che si erano ripetute nell’ufficio, volevo chiederne un altro. Suor Gabriella lo seppe. Mi esortò così bene alla pazienza ed al sopporto, che strappò dal mio cuore ogni sentimento di rancore, e mi fece ringraziar Dio di procurarmi Lui stesso il mezzo di presentargli un mazzetto di sacrifici per la Comunione del domani. - Pensi - , mi disse,- come Gesù accetterà il suo dono, come verrà volentieri a colmarla di grazie per la generosità che gli dimostra! - ”. Nelle loro pene di famiglia, le Compagne ricorrevano alle sue preghiere. Era per lei l’occasione di raccomandare la devozione alla Divina Provvidenza, che una grazia particolare le ha reso carissima.

  Un 28 novembre, festa di Santa Caterina Labouré, ella pensa, all’orazione, che la Santa Vergine ha scelto la sua Immacolata Concezione, come uno dei suoi più gloriosi privilegi, per manifestarsi al mondo mediante la Medaglia Miracolosa. Le sembra allora che Nostro Signore ha scelto l’attributo il più appropriato alla sua qualità di Padre e di Redentore, manifestando la sua Provvidenza, e lei prova un bisogno veemente di farlo conoscere ed amare, pregando molto e soffrendo per puro amore. Confida alla sua Suor Servente: "Nostro Signore ha il Cuore tanto pieno di grazie per le sue creature, che esse traboccano come un torrente. L’atto di confidenza filiale nella sua Provvidenza, unito all’invocazione del suo Santo Nome, basteranno ad aprire il cielo alle anime. Si può ottenere tutto con questa invocazione: soccorsi spirituali, morali e materiali". Ella continua: "La santa invocazione della Provvidenza del suo Divin Cuore mette nelle anime questo sentimento di filiale riconoscenza; produce l’effetto d’una pioggia benefica su la terra". L’orazione giaculatoria "Provvidenza Divina del Cuor di Gesù, provvedeteci", passa allora di bocca in bocca ed ottiene innumerevoli grazie.

  Le Suore che si allontanano sono liete di ricevere le sue lettere: sono chiare, brevi, perchè la cara Suora non ha tempo da perdere, ma portano il consiglio appropriato ai bisogni della corrispondente. La affezione generale di cui gode suor Gabriella, non suscita in lei nessun sentimento d’amor proprio. Il suo ufficio è quello di passare inosservata rendendo servizio a tutti. Cede il passo, moltiplica le prevenienze, ma con tatto, senza esagerazione. Il suo esempio trascina; vicino a lei ci si sente migliori. La sua Suor Servente scrive: "Nella sua umiltà si meraviglia che tutti si rivolgano a lei. Quante volte l’ho sentita dire: - Sono una povera ignorante, non ho studiato; tutto ciò che dico è Gesù che me lo insegna; tutto quello che scrivo, è sotto sua dettatura -. Conoscendo il suo giudizio, talvolta le chiedevo consiglio. Mi ascoltava, prometteva invariabilmente: - Domani ne parlerò con Gesù -. Praticava esattamente la carità senza tenere che lo stretto necessario. Tutto era aggiustato fino al possibile. Quando le regalavano qualcosa, me lo portava per i bisogni della Comunità".

  Il suo rispetto profondo, convinto, segna i suoi rapporti con ogni autorità: la persona scompare, suor Gabriella non vede che Dio. Il suo spirito di fede non le permette di tollerare una sola parola contro i Superiori. Si distingue nel mantenere il buono spirito, la sottomissione. I suoi permessi sono chiesti con un’ammirabile semplicità. Nemmeno la difficoltà che prova nel salire le scale, la dispensa dal bussare al gabinetto della Superiora per sottometterle tale o tal altro caso. Un giorno la sua virtù brilla maggiormente: adempie alla perfezione il suo ufficio della dispensa, ne conosce tutti i segreti, le piccole industrie, ma ecco che, per rapporti ingiustificati, deve farne il sacrificio. Sebbene attempata e sofferente, accetta col sorriso di occuparsi dell’orto e del pollaio. Nessuna parola d’amarezza, la sua discrezione copre i difetti di quella che ha provocato quel cambiamento e continua a circondarla di delicatezze. A una Compagna che vuol condividere la sua pena: "Facciamo la volontà di Dio, non mormoriamo mai!", risponde; e ad un’altra che. ha visto le sue lacrime, spiega con dolcezza: "Vede, era necessario. Gesù vuol l’oro dell’amore, l’incenso della preghiera, la mirra del dolore. Finora non gli avevo dato che una troppo piccola quantità di mirra, perchè ben raramente le creature mi avevano fatto della pena. Sono contenta di offrirgli quello che aspetta da me. Non potevo nè amare, nè pregare di più, ma potevo maggiormente soffrire.". E nelle sue note intime: "Questa terra mi sarebbe un peso insopportabile, ma quando ho una pena la dico subito a Gesù. Vado un momento ben presso l’altare, gli racconto tutto: sembra che Egli non abbia nessun’altra creatura d’ascoltare. Quando sarò in cielo l’amerò molto, ma l’amore che si ha sulla terra è più conforme al cuore umano perchè qui si soffre amando e Gesù che ha tanto sofferto, compatisce a tutti i nostri dolori morali e spirituali. Non siamo mai sole a portare la croce che ci offre amorosamente. Egli ci viene in aiuto, e non è contento quando noi non contiamo abbastanza sul suo appoggio. Non dobbiamo aver timore di far dei sacrifici per fargli piacere. Egli scrive tutto nel suo Cuore Divino, e se Egli ci fa passare per qualche prova, per la via dei Santi, saprà dare Lui stesso al nostro cuore la forza e la generosità per vincere la pena". Colei che scrive queste linee ha, come dovere di stato, ora, di preparare l’impasto ai polli, di lavorare nell’orto. La sua anima giovane e serena cambia in puro amore questi umili lavori così faticosi per le sue gambe stanche. "Curo i polli ben volentieri", assicura, "sono le creature del buon Dio".

  Una buona Suora anziana che l’aiuta, trova dei grani di pomodoro, preziosamente conservati per la semenza prossima, e, credendoli destinati ai polli, glieli getta. Quando suor Gabriella si accorge della loro scomparsa, arrossisce vivamente, tant’è grande la sua contrarietà, ma si domina: "Che la tua carità sia squisita... Non mostrare alla tua Compagna che si è sbagliata, che ti ha fatto della pena. Lasciala credere d’aver fatto bene...", mormora la voce interiore della grazia. Allora con amabile sorriso ringrazia la Compagna.

  Ascoltiamo quest’umile Suora parlare alla sua Suor Servente: "Tutti i giorni è Venerdì Santo, perchè si ama più la terra ed il fango, che la gloria di Dio. Ciononostante Egli ricava il bene dal male, ed anche tra i cattivi, Egli sceglie gli strumenti della Sua grazia. Sul Calvario era insultato da tutti, eppure là attende colui che doveva aprirgli il Cuore, mostrandolo tutto palpitante d’amore. Non un discepolo gli ha fatto questa ferita, ma un soldato che, con questo gesto, trova la santità. Che bene immenso ne è risultato per la Chiesa e per le anime! Durante la via dolorosa Gesù fu consolato, ma per mezzo delle creature. Noi, al contrario, poveri come siamo, abbiamo nelle nostre pene, il conforto e l’aiuto d’uno Sposo che è Dio. Oh, come gioisce del nostro amore riconoscente!". La sua pietà semplicissima non ha niente di ricercato, niente che attiri l’attenzione. Regolare per adempiere i suoi esercizi, è ugualmente pronta a lasciar Dio, se il compimento del suo dovere, la carità o l’obbedienza, glielo domandano. Spesso vien chiamata in cucina, durante il ringraziamento dopo la Santa Comunione. Sorridente e calma essa va. Meravigliata della sua condiscendenza e della sua pace, una Compagna le domanda: "Non le dispiace di dover lasciare così in fretta la Cappella?". "No, risponde. È Lui che lo vuole. Trovo Gesù anche presso le pentole, anzi, meglio, lo porto in me.".

  Nelle sue note, si trova questo pensiero: "Più un’anima guarda la Santa Ostia, e più diviene pura nelle sue intenzioni". Unita abitualmente a Nostro Signore, ama il silenzio, ma è sempre pronta a rispondere cordialmente a chiunque le parli. Se la conversazione si prolunga senza necessità, taglia corto, con bontà. Il suo spirito soprannaturale riconduce tutto al centro divino. Quando le sue Compagne raccontano gli incidenti di una cattiva comunicazione telefonica,suor Gabriella conclude: "Ciò non avviene con Nostro Signore. Basta un po’ d’amore e di confidenza per mettersi direttamente in comunicazione con Lui. Alla Suora incaricata della Cappella che, per farle piacere, le presenta a baciare la chiave del Tabernacolo: "È soltanto la chiave materiale, mormora. Un solo, sguardo di amore apre il Divin Cuore di Gesù". Quando sente che il Santissimo Sacramento è stato rubato o profanato, nasconde il suo dolore e confida: "Poichè la mia salute non mi permette penitenze straordinarie, riparerò cercando sempre di sorridere davanti alle cose che mi. fanno pena, col solo scopo di fargli piacere. Devo pensare ch’Egli mi guarda nella mia lotta contro la mia suscettibilità!". Durante una giornata la Casa è privata della Santa Riserva. "Come si sta male senza Gesù", grida suor Gabriella, "questa mattina l’ho pregato di restare nel mio cuore per poterlo adorare più intimamente". Il momento più bello della giornata per lei è quello della meditazione della sera. Dice: "Racconto tutto a Gesù, se non con le parole, almeno coi miei sguardi, coi battiti del mio cuore. Non vivo che per Lui ". E durante tre anni, la buona suor Gabriella, tutta dedita alle sue modeste occupazioni, continua ad edificare con l’intensità della sua vita interiore. Allora si vede nuovamente affidata la dispensa, come prima d’ufficio. Per amore della pace e per facilitare l’unione dei cuori, ella si considera ed agisce come l’ultima, ma non si risparmia per assicurare il bene comune. La sua salute declina, l’artrite ha deformato le sue povere gambe, rimane in piedi con pena. La lingeria delle Suore anziane occupa allora le sue ultime attività: Semplicemente passa da un ufficio all’altro, e risponde col suo abituale sorriso ad una Compagna che gliene parla: "Sì, cambio di ufficio, ma mai di Padrone". E durante le sue lunghe ore di lavoro, il suo cuore non abbandona il Tabernacolo.

  Suor Gabriella è sempre stata molto mortificata in ciò che concerne il nutrimento. Bisognava sorvegliarla perchè, servendo, conservava soltanto i rifiuti per sè. Ora i suoi mali di stomaco la obbligano a seguire un regime. L’accetta bonariamente. "Sento che il Signore è più contento, quando soffro, ch’io lo faccia conoscere e che esponga i miei bisogni. Quando mi si offre cosa che so mi dovrà far male, devo dirlo, ma devo astenermi dal chiedere ciò che è di mio gusto". Molto discreta nelle sue sofferenze, quando la si interroga, risponde in modo di non nascondere la verità, ma senza dar troppa importanza ai suoi mali. Il pallore terreo del suo viso lascia indovinare che un male interno la mina. Ben presto deve fermarsi all’infermeria perchè le si scopre un tumore di fegato. Nasconde la sua ripugnanza per tutte le cure, accetta le punture per obbedienza. La sua rassegnazione alla divina volontà non si smentisce. "Tutto quel che Gesù manda non è mai troppo. Voglio ciò che Lui vuole".

  Il suo sguardo resta dolce e calmo. Neppure nell’ultimo giorno, nessun lamento. All’alba del 1° gennaio 1949, mentre le Figlie della Carità rinnovano l'atto che le consacra "senza riserva, interamente" a Nostro Signor Gesù Cristo, suor Borgarino, "tutta Sua sulla terra", comincia a a possederLo, ad amarLo, a glorificarLo eternamente nel Cielo".




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